DIDO  2010
da Heroides di Ovidio

“C’è ancora una Didone?"
Ovidio

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DIDO è il nuovo progetto di creazione performativa contemporanea, risultato artistico di un approfondito lavoro di ricerca visiva, filmica, spaziale, drammaturgica e sonora. In una convergenza estetica tra fedeltà esegetica alla parola del testo, radicalità visiva della creazione filmica, originalità ed estremismo concettuale dell’installazione artistica, l’opera di Lenz Rifrazioni riscrive in segniche visionarie tensioni filosofiche e inquietudini estetiche della contemporaneità.

DIDO, è una rielaborazione drammaturgica e imagotugica di Francesco Pititto ispirata alle Epistulae Heroidum di Ovidio, per la regia di Maria Federica Maestri. Nell’ambito del progetto “DIDO” Francesco Pititto elaborerà un nuovo lavoro di video art che verrà realizzato nel nord Africa, Tunisia/Cartagine e a Cartagena in Spagna. Le installazioni sceniche e i costumi dell’opere di Lenz saranno realizzate da Maria Federica Maestri, segnalata dalla critica per il suo lavoro di “drammaturgia della materia”, per il sistema di segni visivi che costituiscono il suo personalissimo “paint-acted”. Le elaborazioni sonore e le ricerche musicali saranno curate da Andrea Azzali, musicista elettronico di forte cifra sperimentale che da diversi anni compone le partitura musicali dei lavori di Lenz Rifrazioni.

Con Dido si compie il lungo progetto performativo e visuale ispirato alle opere di Ovidio. Dopo Radical Change, Chaos ed Exilium, libere creazioni tratte da Le Metamorfosi e i Tristia, Lenz Rifrazioni innesta la propria poetica visionaria sulle Epistulae heroidum, per rielaborare artisticamente Didone icona classica esaltata nelle opere di Guido Reni, Rubens, Tiepolo, Vouet, Lorrain, ma soprattutto protagonista dell’opera di Henry Purcell “Dido & Aeneas” (1658-1695) capolavoro musicale del barocco.
A lei Ovidio dedica una delle ventuno lettere d’amore immaginarie che compongono le Heroides in cui immagina la regina che scrive ad Enea – indicato dagli dèi come futuro fondatore di Roma - nel vano tentativo di convincerlo a restare con lei. Con il suicidio, dopo la partenza dell’amato, Didone entrerà a far parte del topos letterario della donna abbandonata che segnerà la letteratura di ogni tempo.
Didone fu tradizionalmente considerata il nemico "numero uno" di Roma, nonostante Roma non esistesse ancora ai suoi tempi. In epoca recente, in Italia, durante il regime fascista, la sua figura venne demonizzata, poiché ella rappresentava congiuntamente almeno tre "spiacevoli" caratteristiche: virtù femminile, etnia semita, e civiltà africana. Il suo nome e la sua memoria erano molto temuti. Quale innocua esemplificazione, si può ricordare che quando il regime di Benito Mussolini denominò le strade dei nuovi quartieri di Roma con i personaggi dell'Eneide di Virgilio, il nome di Didone fu l'unico mancante.

Cartagine è il luogo-città di drammaturgia per una riscrittura contemporanea della condizione dell’esilio. Nome mitico e pieno di risonanze storiche e tragiche ma oggi anch’essa porto di esiliati di fatto che raggiungono l’Europa con lo stesso sguardo all’indietro del grande poeta latino.
La condizione dell’esilio fonda il mito di Didone, Primogenita di Belo, re di Tiro, sposa di Sicharbas. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise il marito e si insediò sul trono, imponendo la propria tirannia e costringendola all’esilio. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta. Giunone aveva promesso loro una nuova terra in cui fondare una propria città e l’aveva indicata come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbero trovato un teschio di cavallo. Approdata infine sulle coste libiche intorno all'814 a.C., Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di bue" infatti l'antico soprannome di Cartagine era "Birsa", che in greco significa "pelle di bue" e in fenicio "rocca". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine.

LO SPAZIO_IL CORPO_L’IMMAGINE
DIDO<ROOM SHOW

Didone rappresenta il corpo mitico dell’Africa, conquistato, goduto e abbandonato dall’eroe d’occidente Enea, fondatore di Roma e del nuovo impero. E la stessa città fondata da Didone è definita e circoscritta dalla pelle animale, sottile e vulnerabile. Pelle, corpo, cute, si arrossano di passioni, tremori e dolori sotto lo sguardo di desiderio della latinità senescente di Enea.
Il progetto installativo di Dido mette al centro della creazione il rapporto tra il luogo di ricovero animale, la “Cavallerizza” e i soggetti performanti, una donna-bambina e una molteplicità di maschi-vecchi. La fisica dello spazio rielabora il mito del ritrovamento della testa di cavallo, considerato elemento fondante della città nuova, e la natura cutanea della pelle di bue che si traduce nel segno confine della vulnerabilità del corpo urbano. I vecchi riuniti e serializzati in un ospizio civico-ideologico, somatica residuale della classicità, si eroizzano nella pompa epica del pius, rispettoso della volontà divina, delle leggi e dei doveri verso lo Stato, di fronte ai quali sparisce la necessità dell’individuo.

 

Con il suicidio, dopo la partenza dell’amato, Didone entrerà a far parte del topos letterario della donna abbandonata che segnerà la letteratura di ogni tempo. L’altra città, luogo di drammaturgia per una riscrittura contemporanea della condizione dell’esilio, è Cartagine. Nome mitico e pieno di risonanze storiche e tragiche ma oggi anch’essa porto di esiliati di fatto che raggiungono l’Europa con lo stesso sguardo all’indietro del grande poeta latino.

 

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